Figli di emigranti - la seconda generazione

I figli di emigranti: la seconda Generazione

Incontrai in Tribunale Pablo figlio diciassettenne di genitori ecuadoregni che mi disse:

io sono straniero della seconda generazione, nato in Italia, vorrei essere riconosciuto autenticamente cittadino italiano, non solo legalmente, con gli stessi diritti e gli stessi doveri dei miei coetanei, dei i miei compagni di vita.

L’espressione così genuinamente espressa, la riflessione così profonda, concreta e seria, l’argomentazione così attuale, merita attento discernimento.

Il diritto di cittadinanza

Sul versante sociologico è possibile fare riferimento al diritto di cittadinanza come espressione del “riconoscimento” della pienezza e disponibilità dei diritti civili e politici, della “facultas agendi“ nel rispetto degli ordinamenti dello Stato quale funzione che dovrebbe far parte integrante dei diritti inalienabili ed indisponibili di ogni persona umana.

Lo straniero sperimenta sulla propria pelle il significato di tale sottolineatura: è stato appena sufficiente per lui attraversare una linea immaginaria tracciata in terra e definita “confine” per perdere status, diritti ed identità.

La migrazione allora diventa passione della mescolanza, evento spazio-temporale che implica movimento che per sua natura ha profonde risonanze psichiche. Del resto chi penetra nella terra dell’Altro, prima considerato straniero, abbandonando la propria madre terra e diventa egli stesso straniero.

Saltare il confine significa porre a revisione critica la nozione di limite mentre la passione della separazione e dell’esclusione ricapitola l’idea della purezza di un paese mai esistito, degli uguali mai contaminati dai diseguali, ai quali non resta per difendersi che l’espulsione con il foglio di via che sancisce la decontaminazione dello spazio invaso.

Da ciò discende l’emergenza di procedere verso una significativa mutazione del senso di inclusione, significa passare dall’immagine ormai obsoleta del “welfare del castello” dove chi è dentro è garantito e chi è fuori è escluso, ad una immagine più moderna del “welfare portatile” pieno di diritti naturali esigibili in ogni contesto e al quale poter fare costante riferimento in ogni luogo ed in ogni momento dell’esistenza umana. Allora è autentica apertura alla pluralità delle culture, è l’inclusività che sottende “attesa, accoglienza ed incontro” con l’alterità nella autentica convivialità delle differenze.

I giovani di seconda generazione sono figli di quell’esperienza, di quegli eventi e di quella storia. Essi ricapitolano e collegano dentro di loro le radici ed il passato dei genitori, danno senso al senso delle motivazioni di quella emigrazione e lungo questa traccia vivono con la tensione di dover e voler saldare il presente ed il futuro si sé.

Loro sono figli di genitori “venuti da lontano”, da oltremare che fanno i conti con la storia del loro paese d’origine e, proprio perché migranti, sono divenuti coraggiosi imprenditori di se stessi nell’intrapresa di abbandonare le condizioni a volte di guerra, a volte economiche, politiche e sociali nelle loro sfortunate terre.

Ricapitolano la fatica di essere figli di migranti ponendo a revisione critica la consapevolezza genitoriale di aver conciliato immediatamente e simultaneamente sentimenti e conflitti dell’origine, dello spazio geografico, corporeo, culturale, personale e familiare.

Significa in buona sostanza ristrutturare sentimenti di perdita, di sradicamento, di abbandono e di separazione, mobilitando allo scopo la complessa rete di risorse interne disponibili.

Non si è né migranti per caso né figli di seconda generazione per caso, ma persone in grado di elaborare competenze alte di adattamento senza il rischio di dover perdere la propria storia ed il senso della propria originale identità.

I giovani di seconda generazione

I giovani di seconda generazione nascono da madri coraggiose che da un lato intorno al focolare domestico hanno avuto il compito di mantenere viva la fiamma della tradizione, della cultura originaria e dall’altro il compito di relazionarsi con modelli educativi poco conosciuti e pur anche poco compresi. Loro hanno generato figli senza l’aiuto ed il sostegno protettivo e sapiente delle donne del proprio paese, amiche o consanguinee, avendo dovuto consegnare il prodotto del proprio concepimento a “saperi altri”.

Il lavoro dei giovani di seconda generazione si colloca e si modula in questo quadro tra la costruzione di autonoma identità ed il riferimento alla fedeltà delle origini. Un lavoro duro, serio, impegnativo che deve combinare richieste differenti: da un lato dover dar valore ai progetti familiari segnati dal forte investimento di riscatto e deve continuare la storia familiare e, dall’altro, integrarsi e vivere “hic et nunc” per inserirsi senza perdersi e senza negarsi le proprie differenze.

È sul piano del doppio legame che il giovane richiede il permesso doppio: ai genitori di essere “un po’ diverso” e alla società di essere  in grado di valorizzare i suoi saperi, agli uni di appartenere alla biografia di famiglia ormai integrata e modificata, agli altri di riconoscere la propria storia.

La euritmica evoluzione della effettiva ed autentica integrazione significa non doversi sentire in colpa per tradire ora gli uni ora gli altri.

A livello psicologico Pablo marca il desiderio che l’Io possa riconoscere l’Altro e viceversa: significa essere riconosciuto come “soggetto” come “Altro Io”, come il “Tu che sta nella relazione” per permettere all’Altro dire: Tu esisti.

Il significato di cittadinanza

Ecco allora emergere il grande paradosso dell’esistenza umana: il Sé è tentato di immaginarsi assoluto, indipendente eppure, per potersi autenticamente percepire deve costantemente riconoscere l’Altro. E’ chi incontra l’alterità infatti che si un pone un problema, si pone una domanda e che richiede un pensiero ed una risposta . Deve riconoscere la somiglianza e la differenza dell’Altro, in buona sostanza in quell’evento deve ritrovare la propria fraternità nell’Altro.

È possibile portare un esempio: ciò similmente accade quando una madre in gravidanza avvicinandosi il tempo del parto pensa al figlio immaginato e quando nasce dice:  “ma sei proprio Tu  mio figlio? Perché se tu lo sei allora IO sono tua madre”.  Questa è la magia stupenda del riconoscimento, la storia di una nuova presenza e di nuova cittadinanza: “se Tu esisti anch’Io esisto”.

Da questo evento le due identità si affidano ruoli e significati che segnano una fase nuova dell’avventura umana che vale la pena essere vissuta. Da qui si dispiega successivamente il futuro dell’intenzionalità quando l’Io, ormai riconosciuto, dice: “Io voglio esistere anche per Te” e “sentire con te”.

È la potenza della relazione che dà il senso al significato pieno di cittadinanza come sinonimo di inclusività e di accoglienza che non ghettizza, che non recinta i “non luoghi etnici” banlieue del terzo millennio.

Mi occupo di sessuologia, psicologia forense, psicoterapia e consulenza tecnica per giudici e di parte.

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